Struccoli, paiol e carabattole della nonna
Mia nonna era un'anziana signora dall'aspetto molto robusto, originaria di un paesino nel pordenonese, da anni residente a Trieste in un minuscolo appartamento dalle parti dei Campi Elisi. Si era integrata molto bene nel suo rione, tra vicinato e negozietti era conosciuta un po' da tutti ed era arrivata a parlare anche il dialetto triestino come fosse nata là. Il suo ricordo si lega strettamente alla buona cucina friulana, non per niente l'argomento cibo per lei era molto importante, un pò come lo è per tutti i nonni quando si trovano a voler soddisfare le golosità dei nipoti da quando sono piccini in avanti.
Passava ore in piedi ai fornelli, per noi, nonostante i molti acciacchi alle gambe!
I pezzi forti erano lo strudel di mele dalla pasta un pò spessa, fatta e tirata rigorosamente a mano, lo "struccolo", la ricetta perfetta di una pasta croccante che ancora sento dentro, e la polenta che rimestava pazientemente per un tempo che mi pareva infinito dalla forza che doveva impiegare man mano che diventava più densa, finché non la rovesciava sul tagliere e la divideva in tanti blocchetti col filo di cotone; otteneva così delle fette nette e precise senza schiacciare la polenta, aggiungendo un tocco speciale alla preparazione del piatto. Questo era un metodo della tradizione culinaria che simboleggiava anche l'ingegnosità e la semplicità della cucina rurale, dove le risorse erano limitate e si cercava sempre di ottimizzare gli strumenti a disposizione, si poteva ottenere così il risultato desiderato senza bisogno di utensili specializzati.
Uno dei momenti preferiti era quello in cui andavamo a gustare le croste abbrustolite rimaste sui bordi del paiolo, sublimi. Ho provato anch'io a tagliare la polenta con il filo ma, mentre goffa sbagliavo, lei rideva e diceva "Ehhh non la xe come la fazo mi" ed effettivamente a me, la sua, pareva una gran maestria! Ma ero bambina...
Salivamo le scale del condominio e in prossimità del suo pianerottolo eravamo accolte dal profumo di buono che usciva dalla porta lasciata socchiusa e la sua voce da dentro ripeteva, quasi melodicamente, i nostri nomi, ci chiamava "da lontano" in segno di accoglienza e non appena entravo, il profumo di mele cotte e spezie mi avvolgeva, sapevo che mia nonna stava per compiere una delle sue magie in cucina, dai dolci a una semplice spremuta di arance comprate per l'occasione dal fruttivendolo delle meraviglie, ad un comunissimo budino.
Proprio perché era una cuoca nell'animo, dentro le sue credenze c'erano utensili e pentole di tutti i tipi, anche cose a noi sconosciute perché andate in disuso a favore dei robot multifunzione moderni.
Sopra la bianca cucina economica che stava in un angolino, staccata dal resto del mobilio, troneggiavano le sue "carabattole", perlopiù in alluminio. Era solita chiamarle in questa maniera molto curiosa che ho scoperto poi derivare dal dialetto toscano in riferimento a oggetti di poco valore, utensili o soprammobili vecchi, inutili, che si accumulano in casa o che non si utilizzano più ma che si continua a conservare per abitudine o nostalgia.
Vista la mia passione per gli oggetti di una volta, va da sè che appena mi imbatto in un mercatino dell'antiquariato mi pare di andare a nozze e la cosa che mi ha fatto sorridere di questo termine buffo, sentito solo da mia nonna, è che nei mercati all'aperto, si usavano chiamare "bancarelle di carabattole" quelle tra le più frequentate, perché c'era sempre la speranza di trovare qualcosa di prezioso o raro in mezzo alla confusione di vecchi oggetti. Come se in questo ci fosse uno stesso filo che ci unisce.
Con la lenta preparazione e la cottura amorevole, le sue pentole sono diventate il suo simbolo. Usurate e un po' ammaccate, sono ancora qui, assieme alla saggezza delle sue ricette tramandate con pazienza, pronte a raccontare la sua storia e a cucinare, oggi come ieri, con quell'anima che solo le nonne sanno mettere nei piatti.
Le sue pentole, testimoni di tanti momenti condivisi, sono più che semplici utensili: sono un legame con il passato e un invito a continuare a nutrire la convivialità che ha sempre celebrato.





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